Il fotografo pastore

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di Luca Garosi

Quando ho intervistato Mattia Cacciatori l’ultima volta era il 2013 ed era appena tornato dalla Turchia. Qui era stato “ospite” di Erdogan in una cella perché aveva ripreso la polizia turca che disperdeva i manifestanti a Gezi Park.

Faceva il fotoreporter in giro per il mondo già da qualche tempo e io l’anno precedente lo avevo chiamato a Perugia per farlo conoscere agli allievi della Scuola di giornalismo.

Poco dopo il suo ritorno dalla Turchia, Mattia decide di sparire da Facebook e complice anche la lontananza (lui è veronese) non ho più sue notizie. Poi circa un anno fa torna sui social, ma mi accorgo subito che qualcosa è cambiato. Le foto lo ritraggono in luoghi di campagna e spesso insieme ad animali. Lo contatto e mi spiega che ha deciso di cambiare il suo stile di vita dedicandosi all’agricoltura e alla pastorizia.

Quando gli chiedo che lavoro fa mi risponde alla Mattia Cacciatori: «Non mi definirei in un lavoro. Sono un essere umano che vive su questo pianeta cercando di lasciarlo meglio di come lo ha trovato quindi cercando di consumare poco, inquinare ancor meno e rigenerare luoghi lasciati contaminati e rovinati dall’uomo. Se devo elencare cosa faccio quando mi alzo la mattina fino alla sera tarda le cose sono tante: faccio il contadino, il pastore di pecore e capre, l’apicoltore, accompagno persone nei trekking e in ultimo, ma non per importanza, il fotografo e il fotogiornalista».

Pastore o fotografo? – Questo “ragazzo” ha ormai trent’anni e ha deciso di vivere in un’azienda agricola in provincia di Verona. Qui lavora 12 ore al giorno d’estate e circa 10 ore di inverno. «Ho deciso di dedicarmi alla vita contadina – mi spiega – perché ritengo fondamentale il prendermi cura delle cose. Prima di tutto di me stesso. Mi autoproduco il mio cibo e ciò che mi serve e questo è quello che più di tutto mi spinge ad alzarmi la mattina. Vivo una vita immersa pienamente nella natura e vivo in totale simbiosi con essa”. Quando gli domando come concilia le due attività (quella di fotografo e fotogiornalista con quella di contadino e allevatore) ricevo ancora una risposta intelligente: «Le concilio non pensando che una delle due è quella principale. Faccio tante cose durante la mia giornata e ognuna ha il suo giusto tempo. Quando piove lavoro al computer, quando c’è il sole mi occupo delle bestie, dei campi, delle raccolte, quando fa troppo freddo studio davanti alla stufa, quando ho un servizio fotografico da fare mi organizzo per essere libero e poterlo fare».

Impara cose nuove ogni giorno – Tutto è utile nella vita secondo Mattia. Sicuramente non solo gli studi al liceo e all’università lo hanno aiutato. «Studio di più oggi che prima», mi racconta. Ogni giorno apre, sfoglia e consulta libri per imparare cose nuove che deve applicare poi nella vita. Libri di piante officinali, di pastorizia, apicoltura, taglio del legno, raccolta delle spontanee, etc etc. «La mia esperienza – sottolinea – cresce ogni giorno. Non do nessun limite a cosa posso imparare. Ogni cosa mi aiuta: un racconto di una signora incontrata in una contrada, un corso di agricoltura naturale, un libro di permapicoltura, una giornata di lavoro con un altro contadino».

Il gruppo di lavoro è importante – «Lavoro da solo praticamente tutto il giorno ma spesso mi capita di lavorare con altre persone. Ritengo di fondamentale importanza il condividere un lavoro e di essere parte di un gruppo che possa prodursi tutto ciò di cui necessita. Servono braccia, menti, gambe, spalle e capacità diverse per riuscire a costruire un progetto di vita che non ha il mercato e quindi la moneta come primo interesse ma che da spazio più alla vita in sé e alla sua quotidianità. Da soli in natura si può fare poco e da millenni l’uomo ha bisogno di vivere in gruppi (sia nomadi che stanziali) per sopravvivere».

La cosa più bella che ha fatto – Quando gli chiedo di raccontarmi la cosa più bella che ha fatto distingue tra le sue due attività. «In fotografia – racconta – sicuramente una delle cose che mi ha dato più vita e bellezza è stato il periodo che ho potuto vivere all’interno della striscia di Gaza, in Palestina. Li ho potuto passare del tempo pieno e ricco di emozioni, persone e gioie». Mentre in agricoltura una delle più belle emozioni, per Mattia, arriva ogni anno nei mesi di febbraio e marzo quando nascono gli agnelli e le caprette. «Non c’è nulla di più bello che far parte del gregge e aiutare le pecore e le capre a partorire. Passare ore nel fieno, al caldo nella stalla, aiutando le neo “mamme” durante i parti e poi con i loro piccoli». Se tornassi indietro faresti le stesse scelte o cambieresti qualcosa? «Dormirei meno e lavorerei di più».

Una vita indipendente – «Credo – dice ancora – che prima o poi il pianeta ci porterà a non rispondere più ad una scelta ma a dover imbracciare una vanga o una forca per dovere. Siamo nati dalla terra e per migliaia di anni l’abbiamo camminata producendoci ciò che mangiamo, ciò che ci veste e ciò che ci fa vivere. Negli ultime tre o quattro secoli abbiamo ridotto ogni nostra capacità di sopravvivenza fino a ridurci dipendenti totalmente dal denaro e da qualcun altro. Un esempio: molti non conoscono nemmeno che differenza c’è tra il basilico, la salvia e il rosmarino o non sanno che le capre o le mucche non fanno latte se non vengono prima inseminate e quindi se prima non hanno piccoli (sono mammiferi). Io non consiglio la scelta di vita che ho fatto io. Io mi auguro che prima o poi tutti abbiano il coraggio di svegliarsi e reclamare una vita nella quale non si è più dipendenti da qualcuno o da qualcosa. Una vita nella quale si sa prendersi cura di se stessi. Una vita nella quale si diventa protagonisti nelle cose reali e vere, come costruire, mangiare, cacciare, pescare e moltre altre. Una vita che esce dalla dipendenza e ricerca libertà».

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